La prima volta che ho visto il Castello di Osaka da lontano, stavo ancora discutendo con me stessa se stessi andando nella direzione giusta. Avevo preso la metropolitana, come si fa (come si deve fare) a Osaka, ma poi — come sempre in realtà — la metropolitana ti lascia a una bella camminata di quasi venti, venticinque minuti dal castello vero e proprio. E io, zaino in spalla, macchina fotografica al collo e Google Maps aperto, mi sono messa a camminare in quella che era una serata di dicembre, con le luci di Natale già accese intorno al parco e il sole che stava scendendo piano piano.
Era già bellissimo ancora prima di arrivare.
Prima di tutto: come si arriva all’Osaka-Jo
L’Osaka-Jo — 大阪城 — è letteralmente il castello di Osaka, dove 大阪 è Osaka (lo vediamo dopo, perché quei kanji sono troppo interessanti per saltarli) e 城 si legge jo e significa castello. Lo trovi scritto dappertutto quando sei in zona, sui cartelli, sulle mappe, sulla biglietteria.
Per arrivarci, le opzioni più comode sono la linea Chuo della metropolitana (fermata Tanimachi 4-chome) oppure la linea Osaka Loop (fermata Osaka-jo Koen). In entrambi i casi, mettiti il cuore in pace: ti aspetta comunque una bella passeggiata a piedi di almeno venti minuti prima di arrivare all’ingresso del parco e da lì al castello vero e proprio. Non è un problema — anzi, il percorso attraverso il parco è bellissimo, soprattutto in primavera — ma se hai bambini piccoli o un sole che picchia forte (d’estate il tasso di umidità ad Osaka è qualcosa di biblico), conviene tenerlo a mente.
Io quel giorno ero fortunata: era dicembre, c’era un freddo asciutto e piacevole, e lungo il percorso ho incontrato famiglie giapponesi che facevano picnic con tanto di cappellini di Babbo Natale. Super kawaii (super carini), davvero.
Una piccola sosta: il battello sull’acqua di Osaka
Prima di arrivare al castello, lungo il percorso, si incontra l’imbarco per i battelli che fanno il giro sul fiume. E qui, lo ammetto, mi sono fermata perché il cartello era semplicemente irresistibile da leggere.
C’era scritto: 大阪水上バス (Osaka Suijō Basu).
Analizziamolo insieme, perché è bellissimo. I primi due kanji, 大阪, sono quelli di Osaka — e già qui c’è una cosa che non tutti sanno: il modo corretto di leggerli in giapponese non è “Osaka” come diciamo noi, ma Ō-saka, con due O ben separate. La prima, 大, si legge ō ed è il kanji di “grande” (lo stesso che troviamo in 大きい, ōkii, grande come aggettivo). La seconda, 阪, si legge saka e significa collina, pendenza. Quindi Osaka, tradotta letteralmente, sarebbe “la grande collina” o “la grande pendenza”. Non lo sapevo nemmeno io, la prima volta.
Poi c’è 水, sui in questo contesto, il kanji dell’acqua (quello che da solo si legge mizu, l’acqua da bere). Seguito da 上, jō, che significa sopra, al di sopra. E infine バス, basu, in katakana: l’autobus. Tutto insieme: il bus che sta sull’acqua di Osaka. Ovvero: il battello.
Ho trovato questa cosa stupenda, come sempre quando una scritta apparentemente complicata si trasforma in qualcosa di perfettamente logico. Il giro in battello è un’esperienza molto carina, soprattutto di sera quando illuminano il percorso — ma quella volta io ero di fretta, avevo un castello da raggiungere prima che calasse il sole, e quindi ho rimandato a una prossima visita.
Finalmente: l’Osaka-Jo da vicino
Quando hai percorso viali alberati, passato cancelli in pietra e finalmente vedi il castello stagliarsi contro il cielo, capisci subito perché questo posto viene considerato uno dei luoghi più iconici di tutto il Giappone. È imponente. Ha quella forma inconfondibile a più piani che sale verso l’alto, con i tetti curvati verso l’esterno e i dettagli in oro che brillano anche con poca luce.
Devo dire che in dicembre, senza i ciliegi in fiore (tutti quegli alberi lungo il viale sono ciliegi, e in primavera diventano un corridoio completamente rosa — uno spettacolo che voglio assolutamente vedere prima o poi), il castello ha comunque una sua maestosità particolare. Quella sera c’erano le illuminazioni natalizie nel parco, poca gente rispetto ai mesi di punta, e un’atmosfera tranquilla e quasi sospesa nel tempo.
E i cartelli! Non posso non parlarvi dei cartelli. Vicino all’ingresso del parco c’era uno di quelli che mi fanno impazzire: un bel cartello con scritto 危険 (kiken), pericolo. E qui si apre uno dei miei argomenti preferiti quando si impara il giapponese: la differenza tra kiken e abunai.
危険 (kiken na) è il pericolo ufficiale, quello dei cartelli, degli avvisi, delle situazioni di rischio concreto. È un aggettivo in na, quindi quando lo usi in una frase diventa kiken na + sostantivo. Il primo kanji, 危, si legge ki in questo contesto e da solo, come aggettivo in i, fa 危ない (abunai). Il secondo kanji, 険, si legge ken e indica qualcosa di ripido, scosceso, pericoloso.
危ない (abunai) invece è il pericolo della vita di tutti i giorni, quello emotivo e immediato: “attento!”, “non farlo!”, “guarda dove metti i piedi!”. È più informale, più viscerale. Se stai attraversando la strada e arriva una macchina, non dici kiken — dici abunai! con tutta l’urgenza del caso.
La storia del Castello di Osaka: tre uomini e un Giappone da unificare
E adesso, la parte che amo di più di ogni viaggio in Giappone: la storia che si nasconde dietro i luoghi.
Il Castello di Osaka è stato costruito nel 1583 — una data precisa, me la sono cercata — e il suo fondatore si chiamava Toyotomi Hideyoshi (豊臣秀吉). Per capire chi era, bisogna fare un piccolo passo indietro nel periodo Sengoku (戦国時代, letteralmente “il periodo degli stati in guerra”), che grossomodo copre il 1400 e il 1500: un’epoca in cui il Giappone era frammentato in decine di clan familiari che si facevano la guerra continuamente, ognuno con le proprie terre, i propri soldati, i propri interessi.
L’unificazione del Giappone è una storia che ha tre protagonisti principali, e vale la pena conoscerli almeno di nome perché li incontri dappertutto quando visiti il paese.
Il primo è Oda Nobunaga (織田信長): il primo dei tre grandi unificatori, stratega brillante e personaggio controverso, capace di cambiare le regole del gioco militare introducendo l’uso delle armi da fuoco nelle battaglie.
Il secondo è proprio Hideyoshi: un suo seguace fedele, di origini umilissime (figlio di contadini, dicono), che grazie all’intelligenza e alla capacità strategica fece una carriera straordinaria. Alla morte di Nobunaga, ne prese il posto come uomo più potente del Giappone. E fu lui a costruire questo castello come simbolo — quasi fisico — dell’unificazione in atto. Una cosa curiosa: Hideyoshi non ebbe mai il titolo di Shogun (将軍), perché la sua origine povera glielo impediva formalmente (lo Shogun doveva discendere dalla famiglia dei Minamoto). L’imperatore non poteva dargli quel titolo. Eppure lui era probabilmente più potente dell’imperatore stesso, a livello politico e militare. Pensate che assurdità: l’uomo più influente del Giappone senza il titolo ufficiale per dimostrarlo.
Il terzo è Tokugawa Ieyasu (徳川家康): il successore di Hideyoshi, quello che portò a termine l’unificazione definitiva e fondò lo shogunato dei Tokugawa, che governò il Giappone per quasi 270 anni. Fu proprio Ieyasu a condurre l’assedio del Castello di Osaka nel 1615, distruggendolo. Da lì inizia quel ciclo di distruzione e ricostruzione che caratterizza il castello ancora oggi — e che caratterizza, a dire il vero, quasi tutti i castelli giapponesi. Quasi niente di quello che vediamo oggi è “originale” nel senso stretto del termine. L’attuale struttura è stata restaurata nel 1997, e si vede: è splendida.
Comprare il biglietto: un esercizio di lettura (e di umiltà)
Il biglietto costa 600 yen per gli adulti — otona (大人), dove 大 è di nuovo il nostro kanji di grande e 人 (hito, nin) è quello di persona. Quindi: la grande persona, l’adulto. Per i bambini, kodomo (子供), e per gli over 65 l’ingresso è gratuito.
Io ero pronta con i miei contanti (in Giappone non si scherza mai con i contanti, meglio averli sempre), ma mi ha fregata la macchinetta automatica. Niente sportello, niente cassiera, tutto automatico — e la macchinetta parlava, ovviamente in giapponese.
Ha detto, chiarissima: “Oshiharai hōhō o erabi kudasai.”
Scriviamola: お支払い方法をお選びください. Ovvero: scegli il metodo di pagamento. Oshiharai (お支払い) è il pagamento (con il suo bel prefisso onorifico o-); hōhō (方法) è il metodo; erabi kudasai (お選びください) è l’imperativo cortese di erabu (scegliere): scegli, per favore.
Ho scelto contanti, ho inserito i soldi, e ho preso il mio biglietto di ingresso: 入場券 (nyūjōken). Tre kanji bellissimi: 入 (entrare, hairu, qui si legge nyū), 場 (luogo, posto), 券 (ken, biglietto, tagliando — lo stesso kanji che trovi nel biglietto del treno o della metropolitana).
Dì così in giapponese — al Castello di Osaka
Prima di entrare in qualsiasi castello o museo in Giappone, ecco le frasi che ti tornano utili:
“Quanto costa il biglietto?” Nyūjōken wa ikura desu ka? 入場券はいくらですか?
“Un biglietto per adulti, per favore.” Otona no nyūjōken wo hitotsu kudasai. 大人の入場券を一つください。
“I bambini entrano gratis?” Kodomo wa muryō desu ka? 子供は無料ですか?
“Dove si trova il castello?” Oshiro wa doko desu ka? お城はどこですか?
Qualche consiglio pratico (quello che ho imparato camminando)
Se vuoi fare la visita al meglio, ti do qualche informazione concreta raccolta sul campo.
Il periodo della sakura (la fioritura dei ciliegi, di solito fine marzo-inizio aprile) è probabilmente il momento più spettacolare per visitare il parco del castello: tutti i viali si ricoprono di fiori rosa e la gente fa picnic sotto gli alberi in un’atmosfera quasi irreale. Il periodo autunnale è altrettanto bello, con i colori del koyo (紅葉, le foglie che diventano rosse e arancioni). L’estate è torrida — davvero, un caldo da morire con un tasso di umidità che sfiora il 90% — ma c’è meno folla rispetto alla primavera.
Se visiti di sera in certi periodi dell’anno, il castello viene illuminato e diventa ancora più suggestivo. In inverno ci sono le luci di Natale nel parco, che i giapponesi vivono con il loro entusiasmo tranquillo e genuino: famiglie, coppiette, gruppetti di amici seduti sull’erba con termos di tè caldo e cappellini a tema.
Il percorso a piedi dalla metropolitana è lungo ma non difficile, e i cartelli in giapponese (con kanji inclusi) sono il tuo campo pratica migliore prima ancora di entrare. Guarda ogni cartello, prova a riconoscere i kanji che conosci, fai la foto a quelli che non sai ancora leggere. Io lo faccio ogni volta — è uno dei giochi preferiti dei miei studenti quando vengono in Giappone.
Il Castello di Osaka è molto di più di una bella facciata
Quello che mi ha sempre colpito del Castello di Osaka non è solo la sua bellezza visiva, che pure è indubitabile. È il peso della storia che si porta addosso. Quando sai che sei in piedi negli stessi cortili dove Hideyoshi ha costruito il simbolo di un Giappone unificato, dove c’è stato l’assedio del 1615, dove il Giappone moderno ha iniziato a prendere forma — le pietre diventano qualcosa di diverso. Non sono più solo pietre.
E poi c’è questo: il castello è stato distrutto e ricostruito più volte. L’attuale struttura non è quella originale del 1583, e i giapponesi lo sanno benissimo. Eppure ci tengono, la mantengono, la visitano, la fotografano. C’è una concezione del tempo e della memoria completamente diversa dalla nostra, in Giappone. Non è la perfezione dell’originale a contare, ma la continuità del significato. Quasi come un viaggio nel tempo che si rinnova ogni volta.
Questa cosa, devo dire, la trovo meravigliosa.
Se vuoi imparare a leggere i cartelli giapponesi dal vivo — i kanji delle città, dei castelli, delle biglietterie e della vita di tutti i giorni — ti porto con me nelle lezioni online. Con il metodo che uso con i miei studenti, partendo proprio da situazioni reali come questa, impari a orientarti in giapponese prima ancora di comprare il volo. Dai un’occhiata ai miei percorsi su tiportoingiappone.it