C’è una cosa che mi ha colpita la prima volta che ho messo piede in una metropolitana giapponese, e che ancora oggi, dopo tutti i viaggi che ho fatto, continua a colpirmi ogni singola volta. Non è l’efficienza (anche quella, certo, ma ne parleremo). Non sono i cartelli pieni di kanji che adoro leggere mentre aspetto il treno. È il silenzio.
Un silenzio vero. Denso. Quasi fisico.
Ero in metropolitana a Osaka, diretta a Umeda — uno dei quartieri più trafficati della città, pieno di uffici, grattacieli e gente che va e viene a tutte le ore — e mi sono guardata intorno rendendomi conto che ero praticamente l’unica a emettere suoni. Parlavo piano, con me stessa, cercando di commentare quello che vedevo. E quella voce sembrava enorme, fuori posto, come quando si tossisce durante un concerto.
Ecco: in Giappone, nelle città, si vive così. E io lo trovo una delle cose più belle e più particolari di tutta la cultura giapponese.
La parola del giorno: 静か (shizuka)
Prima di tutto, impariamo a dire questa cosa. La parola giapponese per “silenzioso”, “tranquillo”, “quieto” è 静か (shizuka na). È un aggettivo in na — e se stai iniziando a studiare il giapponese, ricordati che gli aggettivi in na mantengono quel finale solo quando prima di loro arriva un sostantivo. Se invece dopo di loro c’è un verbo, il na sparisce e rimane solo shizuka.
Quindi: shizuka na heya (静かな部屋) è “una stanza silenziosa”, con il na. Ma se dico “la stanza è silenziosa” — heya wa shizuka desu — il na non c’è più. Non è un errore, è proprio come funziona.
Ma il bello davvero inizia quando si guarda il kanji di questo aggettivo.
Il kanji di shizuka: una storia di lotta e limpidezza
Il kanji di shizuka si scrive 静, e come quasi tutti i kanji è composto da due parti che messe insieme raccontano qualcosa. La parte di sinistra, 青, è il kanji del colore blu — quello di aoi (青い), “blu” come aggettivo. In Giappone, il blu rappresenta la purezza, la limpidezza, la chiarezza.
La parte di destra invece è quella che mi ha sorpresa: indica la lotta, il conflitto, il contendersi qualcosa. Da solo, quel componente dà vita al verbo 争う (arasou), che significa combattere per contendersi qualcosa — non il litigio banale tra fratelli (quello è kenka, 喧嘩, un’altra parola), ma una contesa più seria, una lotta per qualcosa di importante. Viene usato anche come sostantivo, arasoi (争い), il conflitto, oppure all’interno della parola per “guerra”, sensō (戦争), o “competizione”, kyōsō (競争) — in entrambe, quel kanji è lì, presente.
E allora metti insieme il blu della purezza e il conflitto, e capisci il significato nascosto di shizuka: è la quiete che arriva dopo la lotta. Quando il conflitto si placa, quando tutto si calma, quando la burrasca passa — arriva il blu, arriva la limpidezza, arriva la serenità. È quasi poetico. È quasi filosofico. Ed è esattamente quello che si percepisce in una metropolitana giapponese: non un silenzio vuoto, ma una quiete che sembra costata qualcosa.
In metropolitana: un campo pratica di shizuka
Dicevo di Umeda. Per arrivarci dalla zona in cui alloggiavo, ho preso la metropolitana — come sempre a Osaka, dove la rete dei trasporti pubblici è una cosa meravigliosa — e mi sono fermata a guardare.
Le persone parlavano, certo. Non è che erano tutti muti come statue. Ma parlavano sotto voce. Anche i gruppi di studenti che avevo visto salire chiacchierando tra di loro — ridevano, si scambiavano messaggi, ma nessuno alzava la voce oltre il necessario. C’è una regola non scritta, radicatissima nella cultura giapponese, che si potrebbe riassumere così: non disturbare mai chi ti sta intorno. Non è timidezza, non è freddezza. È rispetto. Un rispetto che i giapponesi non ci pensano nemmeno a spiegare perché per loro è semplicemente ovvio, parte del tessuto sociale, assorbito fin da piccoli.
I suoni che si sentono in metropolitana sono quasi sempre voci registrate: annunci all’altoparlante, jingle dei negozi nelle stazioni, musichette di sottofondo. Le persone reali, in carne e ossa, tendono a stare in silenzio o a parlare così piano che quasi non le senti.
E poi c’è la regola del telefono. Mai parlare al telefono in metropolitana o in treno. Mai. Assolutamente. Se lo fai, le occhiate che ricevi sono eloquentissime — e non nel senso buono del termine. Questa è una delle prime cose che impari quando arrivi in Giappone, ed è una delle prime che insegno ai miei studenti quando si preparano a partire.
I cartelli che parlano: yamemashou, kinshi, e il kanji del divieto
Una delle cose che amo di più del Giappone è che i cartelli, se li sai leggere, raccontano moltissimo della cultura del posto. E a Umeda ce n’è uno che mi ha fermata sul posto.
Era un cartello giallo, con scritto qualcosa che potremmo tradurre come: “Smettiamola di camminare guardando lo smartphone — alziamo la faccia e guardiamo la gente.” In giapponese questo fenomeno ha persino un nome: 歩きスマホ (arukisumaho), letteralmente “camminare-smartphone”. Il kanji di aruku (歩く), camminare, è fatto da un’orizzontale, una verticale con gambetta, la base del kanji di chiisai (piccolo), e un’ultima gambetta. Lo stesso identico verbo che usiamo per dire “vado a piedi” — aruite ikimasu (歩いていきます) — con la sua bella forma in te.
La seconda parte del cartello usava il kanji di 顔 (kao), che significa viso, faccia, volto. E chiedeva, con una gentilezza tipicamente giapponese, di ageyou — “su, alziamo il viso”. Ageru (上げる) significa dare, offrire, alzare; al form esortativo diventa ageyou, “su, facciamolo insieme”. Non un divieto secco, ma un invito. Perché anche i cartelli, in Giappone, cercano di non disturbare.
E poi c’è 禁止 (kinshi). Questo kanji lo trovi dappertutto — in metropolitana, nei parchi, nei musei, in stazione — e significa semplicemente “vietato”. Il primo kanji, 禁, indica il proibire: lo riconosci facilmente perché ha in cima il kanji del bosco, 林 (hayashi), e sotto una riga e due alucce. Il secondo, 止 (tomaru o tomeru), significa fermare o fermarsi. Insieme: fermiamo qualcosa che è proibito, non lo facciamo perché non si deve fare. Kinshi desu è il modo in cui il Giappone ti dice no — con molta meno fanfara di quanto ci aspetteremmo noi italiani.
Un esempio che ho visto lo stesso giorno, proprio in stazione, era 禁煙 (kin’en): il divieto di fumare. 禁 del divieto più 煙 (kemuri, fumo) — anche il fumatore più incallito capisce al volo.
Come si dice “non farlo”: l’imperativo negativo in giapponese
Già che ci siamo — perché in Giappone i cartelli con i divieti sono un campo pratica eccezionale — parliamo un secondo di come si costruisce l’imperativo negativo in giapponese. È una struttura utilissima, e più semplice di quanto sembri.
L’imperativo affermativo cortese lo conosciamo: si parte dalla forma in te del verbo e si aggiunge kudasai. Tabete kudasai (食べてください) significa “mangia, per favore”. Yonde kudasai (読んでください) significa “leggi, per favore”.
Per il negativo, invece, si cambia tutto: si parte dalla forma negativa del verbo (la base 1 con il nai) e si aggiunge de kudasai. Quindi tabenai de kudasai (食べないでください) è “non mangiare, per favore”. Yomanai de kudasai (読まないでください) è “non leggere, per favore”.
Con gli amici, nella forma piana, si toglie semplicemente il kudasai: tabenai de, yomanai de. Più diretto, più informale.
Tornando al cartello dell’arukisumaho, se volessimo dire “non usare il cellulare mentre cammini” in giapponese — e magari scriverlo in un bigliettino per il tuo zaino prima di partire — verrebbe qualcosa come sumaho wo tsukawanai de kudasai (スマホを使わないでください): non usare lo smartphone, per favore.
Un’altra frase da tenere sempre pronta: shizuka ni shite kudasai
Prima di salire sul treno, ho sentito un annuncio (o forse era una commessa, non ricordo) dire 静かにしてください (shizuka ni shite kudasai). Che significa: state in silenzio, per favore. Comportatevi tranquillamente. Non fate casino.
La struttura è bellissima: shizuka ni trasforma l’aggettivo in un avverbio (tranquillamente, in silenzio), shite è la forma in te di suru (fare), e kudasai lo rende cortese. Insieme: fate in modo di essere tranquilli, per favore.
Se invece sei con amici e vuoi essere un po’ più diretto, basta shizuka ni shite senza il kudasai — e il tono cambia notevolmente. Vale anche per i bambini un po’ vivaci. (Lo so perché lo uso anch’io con i miei studenti più giovani, quando la lezione inizia a diventare un po’ caotica.)
Sotto terra: la vita nascosta di Osaka
Arrivata a Umeda, ho capito un’altra cosa del Giappone che non avevo ancora visto con chiarezza: la vita vera delle grandi città non si svolge in superficie. Si svolge sotto.
Ero appena uscita dai tornelli della metropolitana — avevo ripreso il mio biglietto dalla macchinetta, come si fa sempre (non si butta mai, perché viene controllato all’uscita) — e mi sono ritrovata in un labirinto di negozi, ristoranti, farmacie, agenzie di viaggio, centri massaggi, bar, combini, e persino cliniche. Il tutto sotto terra. Come se una città intera avesse deciso di vivere nelle fondamenta di un’altra città.
E non è strano, in realtà. Ha una logica precisa: in estate Osaka è torrida — un caldo da morire, con un tasso di umidità che sfiora il cento percento — e sviluppare tutta la vita commerciale sotto terra, dove l’aria condizionata gira a palla, è semplicemente pragmatico. Certo, si passa da 40 gradi e umidità al cento per cento fuori a 15 gradi gelidi dentro, senza troppa transizione — ma questo è un altro problema.
Da uno degli ingressi del labirinto sotterraneo, ho trovato l’accesso a un grattacielo di tredici piani — eravamo al piano B1 (un piano sotto terra), e da lì si saliva fino ai piani alti, ciascuno dedicato a un’altra categoria merceologica. Un piano di manga. Un piano di cose legate agli anime. Un piano di cucina, uno di arredamento. I piani bassi, quasi sempre, erano dedicati al cibo — bento già pronti, sushi, dolcetti confezionati pensati per fare regali. Perché in Giappone il cibo come regalo è una cosa seria, quasi una forma d’arte.
E in tutto questo, tra le commesse che dicevano irasshaimase (いらっしゃいませ, benvenuto/a) a ogni cliente che entrava, tra le musichette di sottofondo e gli annunci all’altoparlante, c’era ancora lui: il silenzio. Le persone che si muovevano ordinate, che parlavano piano, che non si spingevano, che aspettavano il loro turno con una pazienza che da noi sarebbe considerata sovrumana.
Dì così in giapponese — per muoverti in silenzio anche tu
Alcune frasi utili per rispettare (e capire) il shizuka giapponese:
“Per favore, silenzio.” Shizuka ni shite kudasai. 静かにしてください。
“È vietato?” Kinshi desu ka? 禁止ですか?
“Non si può usare il telefono?” Denwa wa tsukaemai desu ka? 電話は使えないですか?
“Dove devo aspettare?” Doko de machimasu ka? どこで待ちますか?
Quello che si porta a casa
Sono tornata a Umeda diverse volte, in quel viaggio. Ci tornavo non perché avessi ancora cose da vedere, ma perché mi piaceva stare lì. Stare in quel silenzio ordinato, guardare la gente muoversi con quella tranquillità quasi irreale, sentire solo le voci registrate degli annunci e ogni tanto un irasshaimase da qualche negozio.
Per noi italiani — abituati ai bar rumorosi, alle piazze, alle voci che si sovrappongono, al traffico come colonna sonora costante — questo silenzio all’inizio sembra quasi strano. Quasi vuoto. Poi, con il tempo, comincia a sembrare una forma di rispetto che fa una certa impressione. Non il silenzio per paura, non il silenzio per indifferenza. Il silenzio come modo di dire: ci sono anche gli altri, e anche loro contano.
Shizuka, dopo tutto, è proprio questo: la quiete che viene dopo la lotta. La limpidezza quando il conflitto si placa. Ci sono due kanji, una storia scritta nella forma di qualche tratto sul foglio, e tutto un modo di stare al mondo.
Devo dire che a me questa cosa rilassa tantissimo. Ogni volta che torno in Giappone, quella prima metropolitana silenziosa è come un benvenuto.
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