C’è un quartiere a Osaka che non somiglia a nessun altro posto del Giappone. L’ho sentito dire prima di partire, ma fino a quando non ci sei dentro capisci davvero cosa vuol dire. Dotonbori è stravagante. È rumorosa, colorata, piena di insegne luminose grandi come palazzi, di odori di cibo fritto che arrivano da tutte le direzioni, di persone che si fermano a fotografare un polpo gigante in vetroresina sopra l’ingresso di un ristorante. E poi di notte si moltiplica tutto per dieci, perché i neon si accendono e la via diventa qualcosa di quasi irreale.
La prima volta che ci sono arrivata era mattina presto — e lo dico perché anche a quell’ora, con metà dei locali ancora chiusi, c’era già abbastanza casino da rendermi difficile parlare senza alzare la voce. Immaginatevi cosa diventa all’ora di pranzo o nel pomeriggio. Ho già visto Dotonbori in diversi momenti della giornata, e ogni volta è uno spettacolo diverso. Ma questa è una delle poche zone di Osaka dove il silenzio shizuka di cui parlavo in un altro articolo se ne va decisamente a fare una passeggiata altrove.
Prima di tutto: dov’è Dotonbori e perché esiste
Dotonbori non è solo la via principale che tutti fotografano — è un quartiere intero, e ha radici profonde. Nasce nel periodo Edo, circa quattrocento anni fa, come quartiere del teatro e dello spettacolo. C’erano teatri, compagnie di kabuki, intrattenimento di ogni tipo. I teatri non ci sono più (sono passati quattro secoli, qualcosa è cambiato), ma lo spirito dell’intrattenimento è rimasto intatto — solo che oggi si declina in locali, ristorantini, sale giochi e insegne pazzissime invece che in recite di kabuki.
Ci troviamo nella regione del Kansai (関西), quella che comprende Osaka, Kyoto, Nara e dintorni. Il Kansai è famoso per avere il dialetto giapponese più caratteristico e più complicato di tutto il paese — se durante il viaggio sentite delle cadenze particolari, un po’ cantilenanti, diverse dal giapponese standard che si studia a scuola, state sentendo il Kansai-ben (関西弁). È bellissimo da ascoltare, e capirlo richiede un livello di giapponese già abbastanza avanzato. Ma questo è un altro discorso.
Il cartellone del Glico: una pubblicità dal 1935
Sul ponte di Ebisu — il cuore di Dotonbori, quello da cui si vede tutta la via illuminata — c’è un cartellone che tutti i turisti del mondo vengono a fotografare. È un atleta con le braccia alzate, illuminato di notte, e sotto di lui c’è scritto in katakana: グリコ (Guriko). Glico.
Questo cartellone è lì dal 1935, il che lo rende quasi una reliquia storica nel mezzo di un quartiere contemporaneo. L’azienda Glico esiste dal 1922 e oggi produce un sacco di snack diversi, ma nasce come produttrice di caramelle energetiche — la pubblicità originale diceva qualcosa come “corri trecento metri in un lampo dopo averne mangiate una”. Il nome deriva dal glicogeno, la fonte di energia rapida del corpo.
E qui arriva la parte che mi piace sempre raccontare: tutti conosciamo Glico, volenti o nolenti, perché produce uno snack che in Italia chiamiamo in mille modi diversi ma che in Giappone si chiama semplicemente ポッキー (Pokkī). I Pocky, sì, quelli. I bastoncini di biscotto ricoperti di cioccolato (o fragola, o matcha, o qualsiasi altro gusto abbiano inventato di recente). Quindi il cartellone del Glico che tutto il mondo fotografa a Dotonbori è, tecnicamente, la pubblicità dell’azienda che fa i Pocky. Mi trovo sempre a ridere quando lo spiego.
Sul ponte di Ebisu, tra l’altro, succede anche un’altra cosa un po’ folle: quando le squadre di baseball locali vincono partite importanti, i tifosi si lanciano dal ponte nel fiume sottostante. Osaka è davvero una città fuori dagli schemi, completamente fuori — e Dotonbori è il posto dove questo spirito si vede meglio.
Il katakana è ovunque: iniziamo a leggerlo
Dotonbori è un campo pratica di katakana vivente. Ogni insegna, ogni menu, ogni confezione di cibo ha scritto addosso almeno una parola in katakana, spesso molte di più. E questo ha una logica precisa: il katakana si usa per scrivere le parole straniere, i nomi di prodotto, i termini presi dall’inglese — e in un quartiere dedicato al cibo e all’intrattenimento, di parole straniere ce ne sono a bizzeffe.
Il primo che ho incontrato era davanti a una catena di ristoranti famosissima in tutto il Giappone. Sull’insegna c’era scritto: ハンバーグ (Hanbāgu). Che poi sarebbe: hamburger. Ma non il panino con la polpetta — qui intendono proprio solo la polpetta di carne macinata pressata e cotta sulla piastra, senza pane. Una cosa che in Italia non esiste come piatto a sé ma che in Giappone è considerata una portata completa.
Proviamo a smontare la parola lettera per lettera, perché è un buon esercizio. La prima è ハ (ha), poi una ン (n) — e qui bisogna fare attenzione, perché questa lettera si confonde facilmente con ソ (so). La differenza sta nelle proporzioni: la n parte tutta dal basso verso sinistra, è come appoggiata al muro; la so invece cade dall’alto, come appesa al soffitto. Poi c’è バ (ba) — una ha con il ten-ten, cioè le virgolettine in alto a destra che trasformano la h in b. Segue l’allungamento della vocale (il trattino orizzontale che allunga il suono precedente), e infine グ (gu), una ku col ten-ten che diventa g dura. Tutto insieme: Han-bā-gu. Hamburger.
Il ten-ten, il maru, e tutte quelle regole che sembrano tante ma non lo sono
Già che siamo in tema, facciamo un piccolo ripasso delle regole del katakana che si trovano dappertutto nelle insegne di Dotonbori.
Il ten-ten (•• ) — le virgolettine — si attacca solo a quattro consonanti: K, S, T, H. Mai ad altre. E le trasforma così: la K diventa G dura (ga, gi, gu, ge, go), la S diventa Z (con l’eccezione dello shi irregolare, che col ten-ten diventa ji), la T diventa D (con le sue eccezioni: il chi diventa ji, e lo zu dei giapponesi è lo stesso suono di zu), e la H diventa B (ba, bi, bu, be, bo).
Poi c’è il maru (il cerchietto ○), che si attacca solo alle H e le trasforma in P: pa, pi, pu, pe, po. Quindi le H sono le più movimentate di tutte — possono diventare B col ten-ten o P col maru.
Lo tsu piccolo (ッ) — più piccolo del normale ツ — si usa per raddoppiare la consonante che segue. Come la doppia consonante italiana, insomma. Quindi チケット (chiketto, biglietto) ha la doppia t grazie a quello tsu piccolo in mezzo.
E poi ci sono ya, yu, yo piccoli (ャ, ュ, ョ) che si attaccano alle consonanti in i e cambiano il suono: chi + yo piccolo = cho, shi + yu piccolo = shu. Sono presenti in tantissime parole straniere adattate al giapponese.
Tutto questo sembra complicato scritto in fila, ma in pratica si impara in fretta — soprattutto se ci si esercita proprio così, leggendo insegne reali in giro per Dotonbori.
Setto, morning, e il menu della colazione
Pochi metri più avanti, davanti a una caffetteria, ho trovato un’insegna con scritto モーニングメニュー (Mōningu Menyū). Morning menu. Il menù della colazione.
Qui si apre un discorso interessante: in Giappone, le parole inglesi come morning o menu si usano tantissimo nei locali come scelta stilistica e di marketing, ma non sono quelle che useremmo nella vita quotidiana. Quando un giapponese dice “questa mattina mi sono svegliato tardi” non dice mai morning — dice 朝 (asa). E qui vale la pena imparare i momenti della giornata, che in giapponese sono quattro ben distinti.
La mattina, fino a circa le undici e trenta, si dice 朝 (asa) — ed è lo stesso momento della giornata che va di pari passo con il saluto ohayō gozaimasu. Non andate oltre le undici e mezza con quel saluto, mi raccomando.
Da lì fino alle quattordici circa siamo nell’昼 (hiru) — il mezzogiorno, il momento del pranzo — e il saluto diventa konnichiwa.
Il pomeriggio in senso lato si dice 夕方 (yūgata), mentre la sera e la notte si possono dire 夜 (yoru) — che significa sia “sera” che “notte” — oppure 晩 (ban), che però da solo non si usa quasi mai.
E qui arriva la parte bella, quella che amo spiegare: i nomi dei pasti della giornata. In italiano diciamo colazione, pranzo, cena — tre parole separate. In giapponese si usa invece la formula: momento della giornata + ご飯 (gohan).
Gohan (ご飯) da solo significa riso cotto, la ciotola di riso. Perché in Giappone il riso è talmente presente a ogni pasto — colazione compresa — che usare la parola “riso” per indicare il pasto intero è perfettamente logico. Quindi: la colazione è 朝ご飯 (asa gohan, il riso della mattina), il pranzo è 昼ご飯 (hiru gohan, il riso del mezzogiorno), e la cena è 晩ご飯 (ban gohan, il riso della sera). Non si usa yoru gohan per la cena — in questo contesto si preferisce ban.
Tornando al menu della caffetteria: il set della colazione includeva caffè (a scelta アイス aisu, ghiacciato, oppure ホット hotto, caldo), uovo sodo e pane tostato — トースト (tōsuto). Tutto insieme si chiamava プレーントーストセット (Purēn Tōsuto Setto): il set del toast semplice. Setto (セット) è una parola fondamentale nei locali giapponesi — viene dall’inglese set e indica il menù completo, con più portate abbinate. Esattamente come da McDonald’s quando ordini il “menù” invece del solo panino.
Piccolo appunto su aisu e hotto: si usano nei locali per attirare l’attenzione, ma nella vita quotidiana, quando vogliamo dire che una bevanda è fredda o calda, usiamo altri termini. Freddo (per cibo e bevande) si dice 冷たい (tsumetai), caldo o bollente si dice 熱い (atsui).
Il Donki e i KitKat con i gusti impossibili
Girando l’angolo rispetto alla via principale si trova uno dei negozi più famosi del Giappone: il ドン・キホーテ (Don Kihōte), meglio conosciuto come ドンキ (Donki). È un emporio che vende letteralmente di tutto — prodotti di bellezza, cibo, bevande, elettronica, valigie, medicinali, dolci, costumi — su più piani, con le corsie stracolme e le insegne scritte a mano in giallo fluorescente. È caotico, è divertente, è impossibile entrarci e uscire in meno di un’ora.
Dentro, ovviamente, il katakana è dappertutto. Ho trovato cerotti muscolari con scritto ロキソニン (Rokisonin) — il Voltaren giapponese —, confezioni di vitamine con ビタミン C (Bitamin C), burro cacao con scritto チェリーブラウン (Cherī Buraun, cherry brown) e sotto la dicitura リップクリーム (Rippu Kurīmu, lip cream). E poi la sezione che mi manda sempre in visibilio: i KitKat.
In Giappone i KitKat esistono in una quantità di gusti che in Italia non immaginereste mai. Quel giorno ho trovato il gusto ミルクティー (Miruku Tī, milk tea), チョコラオレンジ (Chokora Orenji, chocolate orange), e una versione speciale ispirata al Monte Fuji al gusto ブルーベリーチーズケーキ (Burūberī Chīzukēki, blueberry cheesecake) — con la confezione nei colori dell’azzurro che sfuma nel bianco della neve. Li vendono come regali di Capodanno, il che spiega perché verso fine anno i gusti si moltiplicano. Devo ammettere che non li ho ancora assaggiati tutti — ma è uno dei miei obiettivi dichiarati per il prossimo viaggio.
C’era anche una confezione di KitKat con scritto sopra in katakana オトナ (Otona) — adulti — con la dicitura “dolcezza per adulti”. Di solito otona (大人) si scrive in hiragana o con i kanji, ma qui era in katakana: una scelta puramente di marketing, per far sembrare la parola più moderna e impattante sull’etichetta.
Dì così in giapponese — a Dotonbori
“Cosa c’è di tipico qui?” Koko no meibutsu wa nan desu ka? ここの名物は何ですか?
“Quanto costa questo set?” Kono setto wa ikura desu ka? このセットはいくらですか?
“Vorrei un caffè caldo, per favore.” Hotto kōhī wo hitotsu kudasai. ホットコーヒーを一つください。
“Posso provare questo?” Kore wo tabete mite mo ii desu ka? これを食べてみてもいいですか?
“Questo è buonissimo!” Kore wa totemo oishii desu! これはとても美味しいです!
Quello che Dotonbori ti insegna senza che te ne accorga
C’è qualcosa di ironico nel fatto che uno dei posti più caotici e rumorosi del Giappone sia anche uno dei migliori per imparare la lingua. Forse è proprio perché tutto è scritto addosso a ogni superficie possibile — ogni insegna è una lezione, ogni menu è un esercizio di lettura, ogni confezione di KitKat è un ripasso di katakana.
Io ci torno ogni volta che sono a Osaka, e ogni volta trovo qualcosa di nuovo da leggere. Una parola in più che riconosco, un kanji che non avevo visto in quel contesto, un gusto di KitKat che non sapevo esistesse. Dotonbori nasce quattrocento anni fa come quartiere dello spettacolo, e in fondo lo è ancora — solo che adesso lo spettacolo include anche noi che proviamo a decifrare le insegne, con la bocca già aperta per il takoyaki appena uscito dalla piastra.
Se vuoi arrivare a Dotonbori già capace di leggere le insegne, ordinare al ristorante e capire cosa c’è scritto sulle confezioni dei KitKat, ti aspetto nelle lezioni online. Con il metodo che uso con i miei studenti — partendo proprio da situazioni reali come questa — impari il giapponese nel modo più diretto possibile. Scopri i miei percorsi su tiportoingiappone.it